Memorie dal Sud Africa

Stavo scrivendo un post di memorie del 2016, un piccolo bilancio dell’anno (che faro’ poi), e mi sono reso conto che la maggior parte dei ricordi degni di nota venivano dall’esperienza in Sud Africa.

Quindi mi son detto, “ma perché non fare un post solo sul Sud Africa a questo punto?”. Detto. Fatto. Ho cambiato l’incipit e ora vi beccate quattro eventi/aneddoti, che solo pochi di voi sanno, dal mio viaggio in Sud Africa fatto lo scorso Febbraio.

Un San Valentino sull’Atlante

Lo scorso San Valentino mentre tutte le coppie del mondo spendevano i loro soldi tra cene romantiche, cinema e lubrificanti, io ero in volo verso il Sud Africa per il mio secondo viaggio di lavoro dell’anno. E proprio mentre anch’io stavo consumando la mia cena di San Valentino, sorvolando l’Atlante in compagnia di un aereo popolato da sconosciuti, uno scossone fa volare piatti e vassoi gettando nel panico i più. Il mio primo pensiero fu “maledetti vuoti d’aria stavo rischiando di far volare questa carne (?)  di dubbia provenienza!”. Purtroppo però dopo lo scossone l’aereo ha continuato a scendere come se stesse per atterrare. Ogni istante che passava era eterno. Ogni secondo in più pensavo: “Ok sta succedendo veramente! Di tutti i voli che ho preso mai una cosa così! Questo giro atterro col botto!”.

In tutto questo non c’erano ancora comunicazioni da parte del Capitano. Il che mi preoccupava ancora di più. L’aereo era sceso di 10’000 piedi in una spazio di  dieci secondi o poco più (ho controllato il programma di navigazione sul mio schermo per tutti quei secondi). Da 30’000 a 20’000 piedi in un tempo, breve per chi era a cena a celebrare l’amore, mentre per noi poveri stronzi, in quell’aereo, era interminabile.

Dopo una decina di minuti il Capitano si degnò di dirci: “Scusate abbiamo trovato una turbolenza e abbiamo deciso di proseguire il volo ad una quota più bassa, ma non preoccupatevi, questo aereo e’ progettato per resistere a situazioni di questo tipo.” Grazie capitano per la celerità dell’informazione, tanto ormai i miei 10 anni di vita li ho persi.

Il resto del viaggio mai un attimo di tregua. Ore di volo 11.30, ore di sonno 1.3o. Ho dormito poco anche a causa del freddo polare che c’era in cabina. Suppongo abbiano tenuto una temperatura da frigo per conservare meglio il cibo volato in aria durante il salto nel vuoto, per poterlo poi servire nel viaggio successivo.

Quando non dormi un cazzo…

Dopo la notte passata in aereo, a non dormire, sono atterrato all’alba delle 5.50 del mattino a Cape Town, dove mi attendeva la mia prima volta con la giuda a destra (tra l’altro anche la prima volta che prendevo un’auto a noleggio).

La missione del giorno era recuperare la macchina a noleggio, guidare fino alla fabbrica, lavorarci fino alle cinque del pomeriggio e poi andare in albergo. Facile a dirsi un po’ meno a farsi, visto la notte insonne e i 70km che mi separavano dalla fabbrica e gli altrettanti 60km che avrei dovuto poi fare per andare in albergo. Ma chi mi conosce sa che io non sono la persona che si complica la vita nelle cose difficili ma in quelle facili. Infatti dopo aver recuperato le chiavi dell’auto e aver firmato una bibbia di carte, sono finalmente riuscito a recuperare l’auto. Faccio il giro della macchina con l’addetto al controllo del veicolo, mi faccio spiegare dove sono le cose base, tipo come aprile il bocchettone della benzina e che numero chiamare in caso di crisi di panico. Dopo di che apro il bagagliaio. Butto la valigia dentro e mi appresto a partire. Ma quando provo ad aprire la porta, la porta è chiusa. Poco male, prendo le chiavi che ho in tas… dove sono le chiavi? Cerca che ti cerca, giungo alla conclusione che le ho buttate dentro al bagagliaio con la valigia. E che sarà mai, basta aprire il bagagl.. non si apre.

“Scusi addetto al controllo del veicolo” grido disperatamente correndo verso il medesimo “Sa io sono ricoglionito come un cane che ha fatto un giro di centrifuga nella lavatrice e ho accidentalmente lasciato le chiavi dell’auto dentro il bagagliaio, che per qualche strano motivo è chiuso a chiave”.

L’addetto: “Eh ma questo è un grosso problema, vede i bagagliai si chiudono a chiave automaticamente per motivi di sicurezza. E le chiavi di scorta sono nel nostro ufficio ubicato alla fine di un impervio sentiero sulla vetta più alta delle Alpi Carniche”.

“Beh” faccio io “Vediamo di mandare uno sherpa a recuperare queste chiavi, io avrei un meeting in mezzo al deserto sudafricano a mezzogiorno, dice che lo sherpa riesce in due ore a recuperare la copia delle chiavi e a portarla qui?”

L’addetto si adopra e dopo solo un ora di attesa arriva un’altro tizio con le chiavi. Mi aprono il bagagliaio e mi dicono: “È sicuro che le chiedi fossero nel bagagliaio? Perché non abbiamo trovato nulla!”.

Al che penso “Ma vuoi vedere che sono così rincoglionito che non mi sono reso conto di avere le chiavi in tasca?” Controllo e ricontrollo, ma nulla, e quindi chiedo: “Scusate posso controllare io?”. Mi fanno controllare, alzo la valigia e la chiavi erano li, sotto il monolite color grafite dal peso di un elefante indiano. Li guardo, gli mostro le chiavi. Loro si guardano con un espressione come a dire “Sotto la valigia, cavolo non ci avevo pensato!”.

Ringrazio, salgo in macchina e parto pensando che dopo tutto c’è gente meno sveglia di me al mondo, e loro hanno pure avuto la fortuna di dormire la notte prima. La guida in stato comatoso e i meeting della giornata sono andati bene, nonostante tutto. Ma era prevedibile saperlo, visto che sono vivo e vegeto e ho ancora il mio lavoro.

Safari di Lusso

Durante il primo weekend in Sud Africa mi sono organizzato con uno dei miei colleghi per andare a fare un safari super lusso (the Game, come lo chiamano gli inglesi) in mezzo alle desertiche colline del West Cape (a 250km a Nord Est di Cape Town). Safari consigliato e sponsorizzato dagli altri nostri colleghi che avevano vissuto tale esperienza l’anno prima. Visto il prezzo suppongo si siano presi una percentuale, perché con quei soldi un Sudafricano medio campa un anno, non un weekend.

I safari, per venire incontro agli animali e al loro sindacato, si fanno ad orari poco vacanzieri il primo alle sei del mattino e il secondo alle cinque del pomeriggio. Siccome stiamo solo un weekend, ed ogni safari esplora zone diverse della riserva, decidiamo di partecipare a tutti.

Il mio abbigliamento era molto fantozziano, in bermuda, t-shirt, maglia in cotone (perché anche nel deserto alle 6 del mattino fa freddo), occhiali fotosensibili e cappello in cuoio da bracconiere della domenica. Il safari era per il 95% fatto sopra una jeep super lusso, ma con le sospensioni rigide come il marmo, tanto che andare per le impervie strade della riserva era come fare un giro di ore sul tagada’ (per chi non sapesse cosa sia, è quella giostra, delle sagre di paese, a forma di disco che non fa altro che girare e saltare). Nel nostro scorrazzare per le colline brulle e le valli aride, abbiamo visto molti animali che prima di allora avevo visto solo in foto o nel Re Leone, e vederli dal vivo da una certa emozione. Anche se… anche se erano visibilmente provati dalla vita e da numerose siringhe di narcotici, perché li ho visti in uno stato di rincoglionimento e depressione generale che neanche i dolori del giovane Werther.

Un episodio su tutti. Durante uno dei Game mentre siamo sulla jeep, la nostra guida, che assomigliava ad un Indiana Jones che si era mangiato un altro Indiana Jones, tira fuori un aggeggio con antenne che fa strani rumori, e dice: “Siete fortunati oggi! Siamo riusciti ad individuare i ghepardi che non riusciamo a rintracciare da mesi! Sono una coppia di fratelli che vagano a zonzo da quando hanno perso la madre!”

A questo punto parte un “aaawww” di sottofondo tipo sit com. Mi giro. È una coppia di tedeschi seduta dietro di me nella jeep. Sono così emotivamente sensibili che ad ogni battuta o storia commovente reagiscono come un pubblico fuori campo in Big Bang Theory.

Arriviamo quindi vicini alla zona dove si trovano questi ghepardi. Qui, ci dicono che proseguiremo a piedi per non farli scappare e che dovremo seguire passo passo le guide munite di fucile, perché sono pericolosi. A noi (che siamo in 4 nella mia jeep) si aggiungono altre 6 persone. Se vogliono farci credere, che due introvabili ghepardi non si accorgano di 10 persone, vestite come se stessero andando a fare compere in centro, accompagnate da due Bud Spencer con il fucile, allora pensano che ci beviamo qualsiasi cosa. Camminiamo in fila indiana fino al fantomatico luogo in cui si trovavano questi ghepardi. Arrivati li, più che vedere due ghepardi, mi sembrava di avere difronte due gatti masticati e sputati, appena svegliati. Eravamo a 10 metri da loro e stavano li come se nulla fosse, muovendosi con la disinvoltura di un bradipo. Occhi spenti, svogliati, molto probabilmente assonnati o drogati. Belli eh! Però li ho visti più felici al circo che li nel loro ambiente naturale.

Finito il giro uno di quelli che componeva il gruppo, un padre di famiglia dall’abbigliamento molto ricercato e molto poco adeguato, esclama: “Grazie mille ranger!!! Con te siamo stati così fortunati!! È il quarto giorno di fila che riusciamo a vedere i ghepardi, il che è una cosa assai rara! Grazie mille perché ci hai fatto provare emozioni forti! Stare così vicino a degli animali così pericolosi!”

Questa virile esternazione del padre di famiglia mi ha fatto nascere dei pensieri. Il primo è stato, “Ok questo mi conferma che è una farsa, visto che il tipo ha visto i ghepardi tutti i giorni e mi conferma anche che l’utente medio di questo safari si beve qualsiasi cosa”; secondo “ma non ti balena l’idea che non sia vero che è raro trovarli, visto che li hai visti 4 giorni su 4?”; terzo “ma che vita hai se consideri un emozione forte stare davanti a due gattoni visibilmente narcotizzati?”.

Questa cosa mi ha spento ogni magia sul resto del safari, anche se ho apprezzato molto vedere un po’ di Sudafrica meno esplorato, e un po’ più selvaggio con degli animali liberi (o pseudo tali). Nota positiva. Le zebre, non le avevo mai viste da vicino e devo dire che sono maestose. Ecco, sono gli unici animali che ho visto un po’ più vispi degli altri, e che cercavano veramente di sopravvivere in quell’ambiente per loro impervio.

Fare hiking senza crema solare

Il secondo weekend in terra sudafricana era stato programmato per essere quello all’esplorazione dell’area di Cape Town. Purtroppo però il lavoro era molto e quindi mi sono concesso una sola escursione il sabato, mentre la domenica ho lavorato.

Il programma della giornata era: sveglia presto, arrivo alla base del Table Mountain massimo alle 9. Camminata fino in cima. Discesa. Corsa fino al porto per prendere il traghetto per andare a Robben Island. Visita alle prigioni di Robben Island e poi rientro in albergo per la sera, con cena lungo la strada.

Il programma era fuori tempo già dall’inizio visto che siamo arrivati alla Table Mountain alle 10.30 e ora che ci siamo messi a camminare erano le 11.

L’ora perfetta per camminare sotto il sole.

Il sentiero, che a detta del mio capo “lo fate anche in ciabatte e ci mettete al massimo 45 min”, si rivelò essere un vero e proprio sentiero da escursione, lungo 3 ore di camminata e privo di qualsiasi zona d’ombra. Ci siamo quindi trovati a camminare sotto una candela di fine estate australe per tre lunghissime ore. In tutto questo, io non avevo ne un berretto per coprirmi, ne mi ero messo la crema solare. Perché, come sempre, penso di essere immune ai raggi solari e al calore, ma solo dopo mi ricordo che, la mia pelle color cadavere, non è adatta all’insolazione massiccia priva di protezione. A rincarare la dose di stupidità, vi rivelo che io avevo sia il cappello che la crema solare, ma dall’alto della mia intelligenza li ho lasciati entrambe in albergo senza averne fatto uso. E quando il mio collega mi disse, “vuoi che ti presto la mia crema”, io non pago ho risposto: “Massi sono solo 45 minuti! Faccio a meno, non sono mica una fighetta!”. Invece no, sono una fighetta e devo ricordarmelo più frequentemente!

Immaginatevi un ragazzo sul metro e settanta che parte color cadavere e progressivamente diventa rosso (ma solo sul lato destro del corpo, con abbronzatura muratore o tassista che dir si voglia) accompagnato da un giovane collega alto un metro e ottanta con la pelle di un candido color… ebano, che camminano urlando alternativamente. “Who can?” “We can!” (il motto della nostra azienda, gridato un po’ per incoraggiarci e un po’ per prenderci per il culo).

Fatto sta’ che dopo tre ore di camminata in salita, imprecando per il caldo e per il sole arriviamo in cima alla Table Mountain. Arrivati in cima il mio collega mi chiede:

“Jay, stai bene?”

Ed io: “Si certo, perchè?”

“Sei rosso come un pomodoro, sei sicuro di stare bene? Ti sei preso un ustione pazzesca!” (questo detto anche tra qualche risata)

“Ad un certo punto credo di aver visto la Madonna seduta su un masso che mi incoraggiava, ma si, penso di stare bene!”

“Ok! E io? Sono anch’io ustionato? Ho messo la crema, ma sai, non si sa mai!”

“…”

Silenzio imbarazzante.

“Si lo so che la mia pelle è scura di suo, ma la noti tipo di un nero diverso?”

“…”

L’imbarazzo cresce mentre penso, “come faccio a dirgli in un modo non razzista che… cazzo sei scuro di tu0, come faccio a capire se è nero normale o nero ustionato!! Sei nero cazzo!”

Esco dalla situazione dicendo: “A guardarti bene penso tu sia come il solito, non credo tu sia ustionato!”

Dopo questo imbarazzante siparietto tra un peperone e un cioccolatino, corriamo al porto per andare a prendere il barcone che ci deporterà a Robben Island. Dove spero, invano, di poter finalmente godere di una leggere brezza marina mentre sono all’ombra. Robben Island è un isola, senza ombra, di fronte a Cape Town. Dove Nelson Mandel fu in prigionia per 29 anni. A me sono bastate due ore di visita da ustionato per capire che quell’uomo era una santo ad aver resistito li per tutto quel tempo senza berretto e crema solare.

Scherzi a parte già amavo la figura di Nelson Mandela prima di vedere quei posti. Poi vedi dove e come ha vissuto per tutto quel tempo in quei luoghi di tortura (perché chiamarla prigionia è riduttivo), e ti chiedi come abbia fatto ad uscire da li, e ad aver governato poi il suo Paese senza rancore verso i suoi carnefici, ma anzi promuovendo l’integrazione. Santo veramente!

Dopo queste escursioni, la mia pelle provata dal sole e le intemperie si configurò come un gelato variegato fior di latte/amarena. Questa cosa per me molto dolorosa, ha però generato molta ilarità in ufficio per la settimana successiva. Se da un lato soffrivo per le ustioni, dall’altro portavo allegria alle persone che mi stavano attorno.  E guardiamo il lato positivo, se non altro la notte riuscivo a dormire da un lato. Ho passato una settimana a fare immersioni nella crema all’aloe e a fare docce gelate, cercando il più possibile di evitare il sole. Una mia classica storia estiva.

 

Ecco questi erano alcuni dei miei episodi della serie “solo a te possono succedere ste’ cose”, in quel del Sud Africa!

Enjoy,

JayS

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